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‘Je so’ pazzo’: Pino Daniele prima della leggenda

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Prima che diventasse Pino Daniele , per tutti era semplicemente Pinotto. Un ragazzo cresciuto nei vicoli di Napoli, segnato da un’infanzia difficile, da un rapporto irrisolto con il padre e da una sensibilità che avrebbe trovato nella musica la propria forma di espressione. È da qui, dall’essere umano prima ancora che dall’artista, che prende le mosse Je so’ pazzo , il film di Nicola Prosatore presentato alla Festa del Cinema di Roma e nelle sale dal 15 ottobre con 01 Distributio n. Un racconto di formazione che attraversa gli anni decisivi della vita del cantautore napoletano, fino al concerto del 1981 in Piazza del Plebiscito, davanti a duecentomila persone, quando il ragazzo dei vicoli diventa definitivamente una leggenda.

Liberamente tratto dal libro ‘ Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce’ di Alessandro Daniele , figlio di Pino, il film vede Massimiliano Caiazzo nei panni del protagonista, affiancato da Mariasole Pollio nel ruolo di Dorina Giangrande, Giovanni Ludeno in quello del padre Gennaro, Giuseppe Brunetti nei panni di Rosario Jermano e Leonardo Bianconi in quelli del manager Willy David. Nel cast anche Monica Nappo e Antonia Truppo , interpreti delle zie Lia e Bianca, e Giampiero De Concilio nel ruolo del produttore musicale Claudio Poggi. Sullo sfondo una Napoli che non è soltanto il luogo in cui tutto comincia, ma una presenza costante, fatta di appartenenza, conflitti, desiderio di emancipazione e contraddizioni.

Il percorso di Pino è quello di un ragazzo che cerca di trovare una propria identità, mentre la musica diventa progressivamente il linguaggio attraverso cui dare forma a sentimenti che non riesce a esprimere altrimenti. La distanza dal padre, l’affetto delle zie che lo hanno cresciuto, il rapporto con Dorina, le amicizie e i primi incontri decisivi per la carriera costruiscono il ritratto di una personalità complessa, sospesa tra il bisogno di essere amata e quello di affermare la propria libertà.

“Con Filippo ci siamo presi del tempo per sceglierci e affrontare un percorso che all’inizio è stato molto difficile – racconta Nicola Prosatore durante la conferenza stampa – Abbiamo intervistato la famiglia e letto la biografia di Alessandro. Mi piace dire che abbiamo cercato di raccontare questa storia con lo stesso sentimento e lo stesso sguardo che immagino Pino avesse sulla città in quel periodo, quando era ancora Pinotto, si stava formando e non aveva ancora scoperto la propria voce”. Per il regista, nato nello stesso quartiere del musicista, il legame con quei luoghi ha rappresentato anche un ritorno alle proprie radici. “Ho cercato di rievocare gli odori, il tessuto sociale e i personaggi che conosco bene e che ritrovo nei suoi primi brani. È stata una parte molto stimolante, ma anche la più semplice”.

Il cuore del film, però, non è la ricostruzione di una carriera musicale, quanto la ricerca delle relazioni che hanno contribuito a formare l’uomo. “Abbiamo iniziato a cercare il motore drammaturgico del film, che abbiamo identificato nei rapporti umani”, spiega Prosatore . Una scelta che ha determinato anche il perimetro temporale della narrazione. “Fermarci al concerto del 1981 è stata una decisione condivisa, sulla quale ci siamo trovati immediatamente d’accordo. Questo è un film di formazione. Abbiamo raccontato il ragazzone, Pinotto, che diventa Pino Daniele, e abbiamo scelto di concludere proprio nel momento in cui consegniamo il mito”.

Un’operazione che ha richiesto inevitabilmente rinunce e semplificazioni rispetto alla ricchezza della biografia originale. “Abbiamo lasciato fuori tantissimo e altre cose le abbiamo semplificate per esigenze drammaturgiche. Sulla parte strettamente musicale e personale di Pino si potrebbe fare persino un prequel – osserva il regista – Il patto tra di noi era quello di non fare un film di tre ore e mezzo, uno di quei film epici. Abbiamo voluto riassumere quel periodo, quello spaccato specifico della sua vita, che imponeva dei sacrifici e un preciso punto di vista”.

Anche la musica, pur essendo naturalmente centrale, viene affrontata da una prospettiva diversa rispetto a quella del tradizionale biopic musicale. “Di biografie ce ne sono tante, così come documentari che hanno esplorato in lungo e in largo la parte musicale. Abbiamo scelto un taglio emotivo, in cui la musica è uno degli elementi che contribuiscono al racconto. Più che avere una funzione didascalica, è una corda emotiva per Pino”, sottolinea Prosatore . Una dimensione che passa anche attraverso aspetti apparentemente secondari, come il rapporto del cantautore con il cibo e con il proprio corpo. “Le biografie ci raccontano che in quel periodo prendeva e perdeva chili. In fase di scrittura abbiamo capito che poteva essere un elemento interessante da esplorare. Il cibo è nutrimento, crescita, molecole, ma è anche nutrimento artistico e oscurità”.

A confrontarsi con una figura tanto amata e riconoscibile è Massimiliano Caiazzo , chiamato a restituire non soltanto la presenza scenica e la sensibilità musicale di Pino Daniele , ma soprattutto le sue fragilità. “Mi sono tuffato nel personaggio con tutta la mia etica del lavoro, come faccio sempre quando una storia mi fa innamorare – racconta l’attore – La responsabilità l’ho avvertita e la avverto ancora. Ha a che fare con la paura di non essere all’altezza, che è stata la mia prima compagna di viaggio. Una costante quotidiana, finché non mi sono accorto che proprio quella paura era una delle chiavi per toccare l’essenza e l’umanità di questo essere umano. A tutti è capitato di non sentirsi all’altezza”.

Una paura trasformata in metodo di lavoro e occasione di ricerca personale. “La mia risposta è stata: lavoriamo sodo, rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di dare tutto me stesso. Ora dormo sonni tranquilli. Il film è al cinema e bisogna lasciarlo andare”. Caiazzo racconta anche il ruolo avuto dalla musica nell’avvicinamento al personaggio, indicando in Uè Man! uno dei brani che più lo hanno coinvolto e aiutato a entrare nella storia. Ma soprattutto insiste sulla disciplina artistica di Pino. “Aveva un’incredibile dedizione al lavoro. Ce lo hanno raccontato tutti: lavorava sei ore al giorno. Esplorava la sua sensibilità e teneva sempre le porte aperte per ricevere stimoli dall’esterno. La dedizione ha a che fare con il talento, è complementare al talento. È il modo migliore per celebrarlo”.

Tra le relazioni più dolorose raccontate dal film c’è quella con il padre Gennaro, interpretato da Giovanni Ludeno . Un uomo distante, la cui presenza e assenza insieme contribuiscono a definire il carattere del giovane Pino. “Nicola mi invitava a guardare la storia dall’altro lato della star, dell’icona, dal punto di vista di chi non aveva mai visto quelle cose – spiega l’attore – Del padre circolava soprattutto il ricordo che Pino fosse cresciuto con le zie, ma era una realtà che pochissimi conoscevano. Per me è stato un momento di indagine e di studio”.

Per l’attore, il rapporto familiare diventa la chiave per comprendere l’origine stessa della creatività del musicista. “Anche stamattina non sapevo che cosa dire. Poi ho riascoltato Terra mia e ho pensato che quei testi sembrano shakespeariani, sono di un’altezza enorme. E Pino aveva diciotto anni”. A sintetizzare lo sguardo scelto dal film è una scena in particolare: “C’è un momento in cui Pino spia attraverso il buco di una serratura. È questa la cifra del film: anche noi spiamo Pino da un buco della serratura, che piaccia o meno. E il padre ha molto a che fare con la sua infanzia”. Perché, aggiunge Ludeno , “l’infanzia viene prima del linguaggio. È lì che nasce Pino Daniele, con quel furore della fantasia e della costruzione di una storia. Poi arriva l’esordio discografico, quando finalmente trova la parola”.

Accanto ai conflitti familiari, Je so’ pazzo racconta anche il rapporto con Dorina Giangrande, interpretata da Mariasole Pollio . Una figura femminile che accompagna Pino nella crescita artistica e personale, senza rinunciare alla propria identità. “L’ho ascoltata senza giudicarla – racconta l’attrice – Quando entra nel piccolo studio di Pino Daniele, nonostante le cuciture del matrimonio si stessero staccando, decide di andare oltre, mettendo la sua arte al di sopra di tutto e aiutandolo. È un grande gesto di libertà che voglio rivendicare”. Un personaggio che ha lasciato un segno anche nella sua interprete: “Attraverso l’arte si scoprono forme d’amore giganti e si capisce anche dove stare in quell’amore. Sono grata a questo personaggio. Mi ha aiutato a capire che donna sarei voluta diventare e a tracciare una linea, come fa la musica”.

La realizzazione del film non è stata tuttavia un percorso semplice. A ricordarlo è il produttore Filippo Valsecchi , che firma anche il soggetto insieme a Prosatore , Edoardo Puma e Carlo Salsa . “Nessuno voleva fare questo film. Soltanto Rai Cinema e 01 Distribution hanno creduto nel progetto”, racconta. La lettura del libro ha rappresentato un momento decisivo per individuare la struttura narrativa. “Quando ho letto il testo, che ripercorre la vita di Pino fino agli anni Duemila, ho capito che c’era una cornice perfetta. La storia comincia con un bambino e arriva fino al concerto del 1981: il percorso di un ragazzo che diventa un eroe e poi una leggenda”.

Una scelta condivisa anche da Rai Cinema. “Sono un fan di Pino Daniele, è difficile non esserlo”, osserva Paolo Del Brocco , amministratore delegato della società, ricordando un precedente documentario dedicato al musicista, costruito intorno a una cena napoletana con i suoi collaboratori. “A convincerci è stata la scelta di raccontare la parte iniziale della sua vita. Sul dopo è già stato raccontato tutto, mentre quella fase può catturare il pubblico anche attraverso la sua dimensione più personale. Il grande pubblico, anche chi è fan di Pino Daniele, non conosce necessariamente quella parte della sua vita. Ci sembrava interessante raccontare le scelte e la crescita di un ragazzo, di un artista”. Del Brocco sottolinea anche il lavoro collettivo che ha accompagnato la realizzazione del film, tra confronto, ascolto e condivisione delle scelte creative.

Prodotto da Tartare Film e Camfilm con Rai Cinema, Je so’ pazzo arriva così al cinema con l’ambizione di raccontare non tanto il successo di Pino Daniele , quanto ciò che lo ha reso possibile: le ferite dell’infanzia, il bisogno di appartenenza, la ribellione, gli amori e la ricerca ostinata di una voce personale. Fino a quel concerto del 1981, quando Napoli si raccoglie davanti a uno dei suoi figli più amati e Pinotto diventa definitivamente Pino Daniele. Ma il film sceglie di fermarsi proprio lì, sulla soglia della leggenda, lasciando allo spettatore il ritratto di un ragazzo che, prima di cambiare la musica italiana, aveva dovuto trovare il modo di raccontare se stesso.

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