‘Whalefall’, il respiro della balena e la voce del padre
L’oceano è vita, ma è anche una minaccia. L’oceano è un sepolcro, ma è anche rinascita. Si nutre di questa dualità il film forse più originale che arriva questo weekend (dal 15 ottobre) nelle sale dopo l’anteprima alla Festa del Cinema: Whalefall – Nella balena . Tratto dal romanzo di Daniel Kraus, il film scritto, prodotto e diretto da Brian Duffield è un thriller che attira l’attenzione per la sua proposta narrativa semplice, ma che poi prova a conquistare lo spettatore con un racconto che parla di genitorialità, di lutto ed eredità.
Mentre il successo horror Resident Evil è ancora nei cinema, Austin Abrams torna con un ruolo da protagonista interpretando il giovane Jay che, un anno dopo la morte del padre ( Josh Brolin ), rispolvera la sua formazione da sommozzatore per andare a cercare i suoi resti tra i fondali dell’oceano in cui si è suicidato. L’uomo, infatti, era un sub esperto e rinomato che ha preferito andarsene tra le onde del suo mare, piuttosto che per il cancro che gli stava lentamente togliendo il respiro. Mentre nuota tra le oscurità oceaniche, con meno di un’ora di ossigeno nella bombola, Jay viene divorato da un gigantesco capodoglio. Nel suo stomaco inizierà una surreale lotta per la sopravvivenza, che costringerà il ragazzo a fare i conti con la vera eredità paterna, nel bene e nel male.
Austin Abrams si approccia al ruolo con coraggio, dando prova delle sue eccezionali qualità espressive. Un ragazzo dai “polmoni deboli” costretto a tirare fuori tutte le capacità che ha sempre tenuto nascoste. La rabbia, il coraggio, la voglia di lottare. Il tutto con un approccio che, sorprendentemente, regala anche qualche momento umoristico: la situazione in cui si trova Jay, infatti, è talmente assurda, che – tra una medusa usata come torcia e un becco come coltello – sarà inevitabile per l’attore lasciarsi andare a quell’estro comico che tanto gli viene naturale. Fondamentale l’apporto di Josh Brolin nei panni di un padre dalle tante sfaccettature, tanto duro quanto capace di amare, anche se a modo suo.
La patina che Whalefall offre fin dal suo trailer è quella di un thriller di avventura, claustrofobico e terrorizzante, ma in realtà è qualcosa di molto diverso. Gli spunti horror che promette vengono sì mantenuti, ma con chiari riferimenti a David Cronenberg : il suo body horror fatto di viscere e sangue si fonde a un approccio quasi onirico, in cui ciò che accade allo sfortunato protagonista assume un valore più simbolico che squisitamente realistico. Il viaggio nella pancia della balena e quello nella mente di Jay si sovrappongono, così come il canto della balena e la voce del padre, in un unico, macabro respiro. Permettendo così al ragazzo di trovare la forza (e le idee) per sopravvivere, non prima di avere trovato quella per perdonare i tanti errori commessi in passato. Quelli paterni, ma anche i suoi.
Da racconto d’avventura a tinte horror, Whalefall si trasforma man mano in una riflessione matura per quanto grottesca su chi va via e su chi rimane. Così come una balena, quando muore, diventa una scintilla di vita che nutre un ecosistema per generazioni, così fanno i genitori con i figli, dando loro gli strumenti da usare nel corso della vita. E poco importa se Jay non troverà ciò che cerca tra le profondità di quel mare misterioso in cui è cresciuto. Forse le risposte erano nascoste nel ventre di una balena. O forse erano già dentro di lui.
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